Pubblicato il
16 marzo 2026
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Il professor Alfredo Raglio è tra i principali punti di riferimento in Italia nel campo della musicoterapia e della ricerca sul rapporto tra musica, salute e neuroscienze. La sua attività unisce dimensione clinica, ricerca scientifica e formazione accademica, con un’attenzione particolare agli effetti della musica nei disturbi neurologici, nei percorsi riabilitativi e nella promozione del benessere psicologico.
Responsabile del Laboratorio di Ricerca in Musicoterapia presso gli Istituti Clinici Scientifici Maugeri di Pavia, è oggi anche Coordinatore Scientifico e Didattico del Biennio Ordinamentale in Musicoterapia del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, dove contribuisce alla formazione di nuovi professionisti e allo sviluppo di una visione della musica non solo come arte performativa, ma anche come strumento di cura e consapevolezza.
Il suo lavoro si colloca in questo spazio di incontro tra musica e salute, un dialogo sempre più centrale anche nei contesti universitari e nei conservatori, dove il tema del benessere studentesco sta assumendo un ruolo strategico.
Oggi la musicoterapia, in ambito scientifico e clinico, è definita come un intervento terapeutico strutturato che utilizza la musica e la relazione mediata dalla musica per produrre cambiamenti misurabili nel funzionamento psicologico e fisiologico della persona. Non si tratta semplicemente di ascoltare musica piacevole: la sua efficacia si fonda su solide basi neuroscientifiche, biologiche e psicologiche.
La musica è infatti uno stimolo altamente complesso che attiva simultaneamente reti cerebrali a livello corticale e sottocorticale, con importanti effetti sul piano fisiologico, cognitivo ed emotivo. Questo comporta modificazioni osservabili e rilevabili in questi domini facilitandone la modulazione e regolazione.
Un elemento centrale è inoltre la dimensione relazionale e sociale. La musica funziona come un linguaggio non-verbale che attiva circuiti comunicativi arcaici: sincronizzare voce, ritmo o movimento favorisce coesione, senso di appartenenza e comunicazione, riducendo l’isolamento e facilitando l’espressione/regolazione emotiva. Dal punto di vista applicativo si distinguono una modalità recettiva, basata sull’ascolto di specifiche e mirate proposte musicali, e una modalità attiva, che utilizza la produzione sonora e l’improvvisazione per favorire l’interazione e l’espressione di sé.
Nell’ultimo ventennio la ricerca in musicoterapia ha compiuto un salto di qualità importante: oggi non si basa più soltanto su osservazioni cliniche, ma su studi randomizzati controllati, revisioni sistematiche e dati neuroscientifici. I risultati più solidi riguardano quattro grandi aree — biologica, psicologica, cognitiva e sociale — che, tra loro, sono strettamente interconnesse.
Un primo dato emergente è la riduzione di ansia e stress in vari contesti, patologici e non: diversi studi mostrano che interventi di musicoterapia strutturata producono una diminuzione significativa dei livelli di attivazione fisiologica: si osservano riduzioni della frequenza cardiaca, della tensione muscolare e soprattutto dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.
Non si tratta quindi solo di una percezione soggettiva, ma di una modificazione misurabile dei sistemi neuroendocrini. Questo può essere particolarmente rilevante negli studenti, perché gran parte del disagio universitario è legato a una condizione di iperattivazione più che a una vera patologia.
Un secondo risultato molto consistente riguarda la regolazione emotiva e il tono dell’umore. L’utilizzo mirato del suono e della musica facilita l’espressione delle emozioni e la loro modulazione: le persone imparano più facilmente a riconoscere e gestire stati di ansia, frustrazione o demotivazione. A livello cerebrale ciò è collegato, ad esempio, all’attivazione del sistema limbico e dei circuiti della ricompensa: la musica stimola il rilascio di dopamina e favorisce sensazioni di gratificazione e motivazione, elementi centrali anche nella prevenzione del burnout accademico.
Il terzo ambito, oggi sempre più documentato, è quello cognitivo. La musica organizza il tempo e la previsione degli eventi sonori; questo aiuta il cervello a strutturare l’attenzione e ad aumentare la concentrazione diminuendo la percezione di affaticamento mentale.
Un aspetto particolarmente interessante emerso negli studi più recenti è la capacità della musica di favorire la neuroplasticità: esperienze musicali ripetute e mirate facilitano la riorganizzazione delle reti cerebrali e la connessione fra esse. In pratica la musicoterapia può potenziare e talvolta migliorare la performance cognitiva, soprattutto in condizioni di stress — una situazione tipica durante lo studio o la preparazione di esami.
Un ulteriore risultato molto solido riguarda la dimensione sociale: le attività musicali condivise inducono sincronizzazione e ciò porta a importanti effetti sul piano psicobiologico: aumenta la fiducia reciproca, riduce la percezione di isolamento e rafforza il senso di appartenenza al gruppo.
Tutto questo spiega perché gli effetti della musicoterapia non sono solo immediati ma, quando il percorso è adeguato e si prolungato, possono consolidarsi e stabilizzarsi nel tempo.
Gli studenti oggi vivono spesso una condizione particolare generalmente riconducibile a una costante iper-attivazione: scadenze, esami ravvicinati, carico informativo elevato e pressione prestazionale mantengono il sistema nervoso in uno stato di allerta prolungata e quindi stress. Quando l’attivazione è troppo alta compaiono difficoltà di concentrazione, memoria meno efficiente, sonno disturbato e senso di inefficacia.
Un secondo aspetto riguarda l’ansia da prestazione. I risvolti non sono solo di tipo emotivo ma anche di natura corporea (tachicardia, affanno, tensione muscolare, senso di fatica fisica, etc.) e cognitiva (rimuginio, vuoti di memoria, rallentamento, calo attentivo, senso di fatica mentale, etc.). La musicoterapia interviene proprio su questo punto perché lavora come abbiamo evidenziato sulla regolazione psicofisiologica attraverso specifiche tecniche attive (musicoterapia relazionale) e recettive (ascolto musicale).
La musicoterapia, dunque, nel contesto universitario, non si limita a ridurre il disagio, ma può migliorare concretamente l’esperienza di studio: più concentrazione e in generale miglioramento della performance, miglioramento della gestione dell’ansia, maggiore motivazione e una percezione meno faticosa del percorso formativo.
Sì, cambia in modo significativo. Negli studenti di conservatorio la musica non è solo uno stimolo esterno o uno strumento di supporto: è l’oggetto stesso della prestazione, dell’identità personale e spesso anche dell’autostima. Questo modifica profondamente l’intervento, perché proprio ciò che per altri studenti è risorsa (la musica) può diventare anche fonte di pressione, perfezionismo e ansia da valutazione.
Il primo adattamento riguarda l’obiettivo. Con studenti non musicisti la musicoterapia usa la musica per regolare stress e attenzione; nei musicisti, invece, lavora anche sul rapporto psicologico con la performance. Molti giovani strumentisti sviluppano una forte associazione tra valore personale ed esito esecutivo: errore tecnico e fallimento personale tendono a sovrapporsi.
La musicoterapia aiuta a ricostruire uno spazio di esperienza musicale non giudicante, in cui la musica torna a essere processo espressivo e non solo prestazione valutata. Dal punto di vista metodologico si evita di lavorare sulla competenza tecnica — che appartiene alla didattica strumentale — e si interviene sulla regolazione psicofisiologica del performer. Attraverso tecniche attive, lo studente sperimenta una musica senza richiesta di perfezione, riducendo la rigidità attentiva e il controllo eccessivo che spesso alimentano il blocco esecutivo restituendo alla musica una valenza espressiva e comunicativa.
Un’area molto importante è quella dell’ansia da palcoscenico. Prima di un’esibizione, esame o concerto che sia, il sistema nervoso entra in iperattivazione: aumento del battito cardiaco, tremore fine, irrigidimento muscolare e restringimento attentivo. La musicoterapia utilizza tecniche specifiche per stabilizzare l’arousal e migliorare la centratura attentiva. Non si cerca di eliminare l’attivazione — che è necessaria alla performance — ma di mantenerla nella zona ottimale, quella in cui attenzione e fluidità motoria funzionano meglio.
C’è poi una dimensione meno visibile ma molto rilevante: il carico identitario. Nei percorsi artistici precoci, il musicista spesso si definisce quasi esclusivamente attraverso lo strumento. Eventuali difficoltà tecniche, confronti competitivi o periodi di stallo possono quindi avere effetti emotivi molto intensi. Il lavoro musicoterapeutico permette di differenziare identità personale e prestazione, sostenendo motivazione e continuità dello studio.
Dal punto di vista neuroscientifico, la musica è uno degli stimoli più potenti che il cervello umano possa ricevere. Non viene elaborata in una sola area, ma attiva contemporaneamente più reti cerebrali coinvolgendo entrambi gli emisferi. Proprio questa attivazione distribuita spiega perché, quando la musica è utilizzata con un razionale terapeutico e con modalità specifiche, può produrre effetti concreti e misurabili.
La musica produce vari meccanismi, tra cui quello della sincronizzazione. Il cervello tende infatti ad allinearsi spontaneamente al ritmo esterno. Questa sincronizzazione coinvolge anche il sistema motorio e il cervelletto e si estende alle funzioni fisiologiche: respiro e frequenza cardiaca iniziano gradualmente a seguire l’andamento musicale.
Una musica lenta e regolare favorisce quindi la riduzione dell’attivazione, mentre una più dinamica aumenta vigilanza ed energia. In musicoterapia questo viene usato per riportare l’organismo in una zona di attivazione ottimale, quella in cui si è calmi ma mentalmente presenti.
Un secondo importante meccanismo riguarda il sistema delle emozioni e della ricompensa. L’ascolto musicale significativo attiva strutture profonde, le aree limbiche e paralimbiche, aree coinvolte nella regolazione emotiva ma anche nella motivazione e nel piacere.
Questo comporta il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, collegata alla motivazione e alla sensazione di gratificazione. Per questo, dopo un’esperienza musicale che produce piacere, le persone riferiscono non solo rilassamento ma anche maggiore energia mentale e disponibilità ad affrontare i compiti.
C’è poi un effetto molto importante sulla regolazione dello stress. La musica modulando il sistema nervoso autonomo riduce l’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, cioè il sistema biologico che produce cortisolo, l’ormone dello stress. Quando l’attivazione cronica diminuisce, migliorano attenzione, memoria e qualità del sonno permettendo al cervello di tornare a funzionare in condizioni fisiologiche più favorevoli.
Un quarto meccanismo riguarda la previsione. Il cervello è un organo predittivo: cerca continuamente regolarità negli stimoli. La musica, grazie a ritmo e struttura, offre una sequenza ordinata e anticipabile di eventi sonori. Questo riduce il sovraccarico cognitivo e organizza l’attenzione, facilitando concentrazione e chiarezza mentale trasmettendo una maggiore stabilità. Infine, c’è la dimensione relazionale.
Fare musica insieme sincronizza movimenti, tempi, comportamenti facilitando le relazioni interpersonali. Questa coordinazione attiva circuiti sociali e favorisce il rilascio di ossitocina, associata a fiducia e senso di appartenenza. Questi sono solo alcuni dei principali effetti documentati della musica.
La musicoterapia si applica soprattutto nei contesti clinici — ad esempio nel contesto psichiatrico, neuropsichiatrico infantile, nelle demenze o nella riabilitazione neurologica — ma oggi la prospettiva sta cambiando. L’interesse verso la prevenzione e la promozione della salute si sta sviluppando ed è oggetto di grande attenzione. Si pensi al riconoscimento da parte dell’OMS dell’arte e della cultura come cura e al recente protocollo d’intesa tra i Ministeri italiani della Cultura e della Salute.
Questo si connette in modo coerente al tema che stiamo trattando. Nella popolazione studentesca, infatti, il problema principale non è la malattia, ma la difficoltà di adattamento a richieste cognitive ed emotive molto intense. La chiave è comprendere che la musicoterapia non interviene solo sui sintomi ma lavora anche sui meccanismi di regolazione.
Attraverso esperienze di musicoterapia attiva e recettiva, lo studente viene supportato nel riconoscimento e nella modulazione dei propri stati interni. Dal punto di vista biologico la musica può aiutare a stabilizzare l’attività del sistema nervoso autonomo: riduce l’iperattivazione quando lo stress è eccessivo, ma può anche sostenere energia e vigilanza quando prevale affaticamento e demotivazione. Questo, sul piano emotivo, significa migliore gestione dell’ansia e delle frustrazioni. Gli studenti non evitano le difficoltà — esami, scadenze, valutazioni — ma acquisiscono strumenti per attraversarle senza esserne sopraffatti.
La musica offre uno spazio di esperienza in cui è possibile elaborare tensione e preoccupazioni senza doverle necessariamente verbalizzare, cosa spesso difficile soprattutto in queste fasce d’età. Come detto le ripercussioni positive si riscontrano anche gli aspetti cognitivi che vengono potenziati e ottimizzati.
Infine, c’è la dimensione sociale. Partecipare ad attività musicali e ancor più sottoporsi a un trattamento musicoterapeutico crea sincronizzazione e cooperazione, aumentando senso di appartenenza e supporto reciproco. Questo è uno dei fattori più protettivi per la salute mentale: la resilienza non è solo una caratteristica individuale, ma anche relazionale.
Per questo la musicoterapia può essere considerata uno strumento preventivo: non sostituisce interventi psicologici o medici quando necessari, ma li può integrare contribuendo un modo significativo alla riduzione del rischio che il disagio evolva in disturbo. Nella popolazione studentesca significa promuovere benessere, capacità di adattamento e continuità nel percorso formativo, aiutando i giovani non solo a studiare di più, ma a studiare in modo più sostenibile.
Il progetto PROBEN 1 – Health Mode On, ha permesso di attivare una serie di attività secondo un approccio multidisciplinare, volto a integrare dimensioni psicologiche, corporee, relazionali e musicali nella promozione della salute e nella prevenzione del disagio.
La prima fase del progetto ha previsto una rilevazione sistematica dello stato di benessere psicologico e fisico degli studenti attraverso la somministrazione di un questionario online. Tra gli strumenti utilizzati è stato incluso il World Mental Health–International College Student (WMH-ICS), questionario validato a livello internazionale per la valutazione della salute mentale nella popolazione universitaria, integrato con ulteriori item relativi ai disturbi fisici frequentemente associati alla pratica musicale, come i disturbi muscoloscheletrici. Questa fase ha consentito di raccogliere dati utili all’identificazione dei principali bisogni emergenti e all’orientamento degli interventi successivi.
Contestualmente sono stati attivati diversi percorsi comprendenti uno sportello di ascolto psicologico, incontri formativi sulle competenze emotive e relazionali, programmi di educazione posturale ed ergonomia specificamente rivolti ai musicisti, attività basate sul Metodo Feldenkrais e laboratori di musicoterapia in modalità individuale e di gruppo. Queste attività hanno avuto l’obiettivo di favorire lo sviluppo della consapevolezza corporea ed emotiva, migliorare la gestione dello stress e dell’ansia da performance e promuovere strategie di autoregolazione attraverso l’utilizzo della musica, del movimento e della riflessione guidata.
I risultati del progetto evidenziano un buon livello di partecipazione degli studenti e un progressivo aumento della richiesta di servizi di supporto psicologico, indicando una crescente consapevolezza dei bisogni di benessere e delle risorse disponibili. Parallelamente, il progetto ha contribuito a diffondere una cultura del benessere all’interno dell’istituzione accademica e a rafforzare la collaborazione tra ambito universitario e istituzioni AFAM.
Nel complesso, l’esperienza (che sta continuando con l’attuazione del progetto PROBEN 2 che ha uno specifico focus sulle dipendenze) ha permesso di delineare un modello di intervento integrato e potenzialmente replicabile, fondato sull’integrazione tra interventi psicologici, corporei e musicoterapeutici, capace di rispondere ai bisogni specifici degli studenti musicisti e di promuovere in modo sistematico il benessere psicofisico nei contesti della formazione artistica e universitaria.
Alla luce dei risultati ottenuti, si auspica che le attività sperimentate possano essere progressivamente integrate in modo strutturale tra i servizi e gli interventi che il Conservatorio promuove a favore degli studenti, contribuendo alla costruzione di politiche continuative di promozione del benessere all’interno della formazione musicale.
Il progetto “Health Mode On – Laboratorio di musicoterapia per musicisti” si fonda sulle evidenze presenti in letteratura che indicano come la musicoterapia, intesa come utilizzo terapeutico del suono e della musica all’interno di una relazione strutturata, possa rappresentare per i musicisti un canale comunicativo particolarmente efficace, in grado di favorire lo sviluppo della creatività, delle competenze comunicative e di una maggiore integrazione intrapersonale, elementi utili per affrontare situazioni emotivamente intense legate alla performance e alla formazione artistica.
Il laboratorio è stato strutturato come un percorso di gruppo rivolto agli studenti interessati a lavorare sul proprio benessere psicofisico attraverso un’esperienza musicale e introspettiva. Gli incontri hanno previsto l’utilizzo di due principali approcci musicoterapeutici: quello attivo, basato sull’improvvisazione musicale di gruppo con l’obiettivo di facilitare la comunicazione/relazione, e quello recettivo, centrato sull’ascolto musicale finalizzato a stimolare la condivisione di contenuti emotivi nel gruppo promuovendo processi di regolazione psicofisiologica. Tale integrazione di tecniche ha favorito l’espressione di sé, lo sviluppo dell’autoconsapevolezza, il rafforzamento dell’autostima e il potenziamento delle competenze relazionali ed empatiche.
Accanto alle attività di gruppo è stato previsto anche uno sportello di consulenza musicoterapica individuale, finalizzato a offrire uno spazio di approfondimento personalizzato per gli studenti che manifestassero bisogni specifici. Attraverso colloqui preliminari e l’utilizzo mirato di tecniche espressive basate sull’improvvisazione o sull’ascolto musicale, il servizio ha consentito di definire, quando necessario, anche percorsi individualizzati.
Nel complesso, il progetto si configura come un intervento preventivo volto a valorizzare il potenziale della musicoterapia nel contesto della formazione musicale, promuovendo una visione della musica non esclusivamente legata alla performance tecnica, ma anche come strumento di espressione, cura e integrazione personale. In prospettiva, ci si auspica che esperienze di questo tipo possano essere estese anche al mondo universitario valorizzando il potenziale terapeutico della musica anche in ambito preventivo.
Progetto selezionato nell'ambito dei due avvisi PRO-BEN 1 e PRO-BEN 2 del Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR) per la concessione di finanziamenti volti alla promozione del benessere psicofisico e al contrasto del disagio psicologico ed emotivo tra gli studenti.

